
Dieci anni fa chiudevano le sale cinematografiche del centro storico di Mantova. Oggi è il centro storico che rischia di chiudere: una città senza spazi aperti all’incontro, all’aggregazione culturale e al divertimento non ha più l’aria per respirare.
Il cinema del carbone cerca di reagire, come dieci anni fa. Se non si può tenere in attività il Teatreno (dove il carbone ha avuto sede fino ad oggi), si può evitare che chiuda l’Oberdan. Ancora più “cinema in città”, ancora più in mezzo alle persone, lo spazio dell’ex-cinema Oberdan sembra ideale per accogliere un progetto di nuova vita. Un progetto che riprenda – e renda in tutti sensi più centrale - il dialogo con il pubblico e con le tante associazioni insieme alle quali il carbone in questi anni ha costruito eventi e rassegne. Un progetto che superi il cinema, esponendosi a rischi e contaminazioni per offrire ancora di più alla città.
Per tenere insieme queste idee potenzialmente divergenti servono delle sale mobili. Non un multisala, in cui molte sale fanno la stessa cosa. Non una sala polivalente, in cui si fanno cose diverse in una sala tutto sommato sempre uguale.
Le sale mobili che il cinema del carbone intende realizzare all’Oberdan sono sale che cambiano pelle a seconda dell’uso: una parete si sposta, alcuni elementi compaiono o si nascondono, a seconda di quello che si vuole fare. Come in un caleidoscopio, un semplice movimento basterà a cambiare colori, geometrie, dimensioni. Eppure, lo spazio resterà uno solo, pronto a catalizzare idee e attività diverse, offrendo a ciascuna la dimensione ideale.
quattro configurazioni di base

Il cinema (la sala video)
Una tribuna da 80 posti e, di fronte, lo schermo. In questa sala più raccolta, il cinema del carbone riprende la sua attività squisitamente cinematografica e la collaborazione con le associazioni del territorio per l’organizzazione di rassegne tematiche con esperti e interventi in sala. Ma il cinema si presta per contenuti video oltre il cinema: documentari, commento e montaggio di materiali autoprodotti o disponibili on-line, per fare sì che il passaggio sala/internet/altri canali percorra tutti i sensi di marcia, chiamando a misurarsi “dal vivo” gestori di blog, di testate web, autori di film e video non commerciali.
Lo spazio così configurato si presta anche per video-lezioni, o all’esposizione di progetti di studenti universitari di interesse per tutta la città.

Il laboratorio
La parete si sposta e la tribuna scompare. La sala è adesso un grande spazio in piano senza ostacoli in cui muoversi o danzare; con tavoli e sedie si trasforma in una piccola aula per laboratori “pratici”.
Il laboratorio permette al cinema del carbone di potenziare l’offerta di corsi di formazione, avvicinandosi ai territori confinanti del fumetto, dei videogames, sempre più intrecciati con la produzione cinematografica e più interessanti per le fasce più giovani. Il laboratorio è inoltre ideale per ospitare associazioni che tengono corsi di varia natura; sessioni di prova di gruppi musicali; eventi a carattere laboratoriale di manifestazioni come Festivaletteratura, Segni d’Infanzia, Mantova Creativa e altre.

La scena aperta
La parete si sposta nell’altro senso. A scomparire è il piccolo palco, davanti alla tribuna si apre uno spazio di oltre 12 metri di profondità. Un grande palcoscenico a quota zero – come si vede spesso nei teatri contemporanei – pronto per spettacoli di teatro/danza, altre sperimentazioni, serate di ballo.
La scena aperta è adatta per ospitare eventi speciali inseriti nel programma del cinema del carbone o può essere concessa ad associazioni o gruppi che organizzano serate da ballo, feste.
Le sale diffuse
Lo spazio dell’ex-Oberdan in questo caso diventa semplicemente il punto di partenza, la base operativa, il centro di contagio, da cui si propagano iniziative che si diffondono in modo virale per il resto della città.
Valorizzando la rete di soci e sostenitori, il cinema del carbone non solo riproporrà esperienze come quelle del cinema estivo, ma formule più innovative per trasformare tutto il tessuto della città, le stesse case private, in un circuito culturale cittadino, come sperimentato in altre realtà italiane per l’arte figurativa e per il teatro.