Tutti i battiti del mio cuore

di Jacques Audiard, Francia, 2005, 107’

con Romain Duris, Niels Arestrup, Jonathan Zaccaï, Gilles Cohen, Linh Dan Pham

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma perché in Italia non siamo capaci di fare film così?

Film che raccontano una storia e insieme sanno scavare dentro l’animo delle persone, film ambiziosi ma non supponenti, film personali ma attenti anche alle aspettative del pubblico. Film «d’arte e di mercato» per usare una frase fatta.

 Jacques Audiard, figlio di uno dei più grandi dialoghisti del cinema francese, Michel, ci riesce piuttosto bene. Aveva convinto con il precedente Sulle mie labbra, convince anche adesso con Tutti i battiti del mio cuore, rifacimento molto libero di un piccolo cult americano degli anni Settanta, Rapsodia per un killer di James Toback. Al centro un giovane parigino che vive trafficando nel campo dell’immobiliare, spesso senza aggirando disinvoltamente la legge. In questo modo segue le orme del padre, coinvolto in affari che lo porteranno a scontrarsi con un ambiguo affarista russo, ma anche la madre – morta - gli ha lasciato una "eredità" con cui non può fare a meno di misurarsi: la passione, e il talento, per il pianoforte.

Ridurre tutto a un confronto/scontro tra soldi e arte vorrebbe dire far torto al film. Certo, sono questi i poli entro cui oscilla il comportamento del protagonista, ma vanno letti come due tensioni, due calamite che spesso si attraggono contemporaneamente e che rivelano i lati più oscuri del comportamento umano: da una parte la tentazione della violenza, dell’azione, della sopraffazione (spesso anche con le donne), dall’altro il fascino del controllo di sé, dell’armonia, della bellezza, della musica.

 Audiard si muove dentro questi estremi grazie a una sceneggiatura (scritta a quattro mani con il romanziere Tonino Benacquista) che riesce sempre a sorprendere senza essere gratuita (l’insegnante di piano che parla solo cinese, lo sgarbo all’amichetta del boss russo) ma non dimentica mai di aprire gli occhi anche sulla realtà in cui ci muoviamo ogni giorno (come l’episodio dell’occupazione abusiva degli appartamenti da parte dei senza tetto) a cui si aggiunge la forza di una regia mobilissima, a tratti fin "angosciata" dall’imprevedibilità del reale, dove le tensioni non arrivano quasi mai ad esplodere e trasmettono allo spettatore il mistero profondo delle nostre paure più nascoste.

 

Paolo Mereghetti - Il Corriere della Sera